“Евгений Поляков. Возвращение к истокам.”


Traduzione italiana di Svetlana Bazhenova e Silvia Brioschi, su gentile segnalazione di Vladimir Kara


“Evgenij Polyakov. Ritorno alle origini.”

Intervista raccolta a Mosca nel maggio 2002

Sofija Oranskaya: Zoya Semionovna mi racconti di suo figlio, dell’importante periodo della sua formazione: dal momento dell’ammissione alla Scuola di Ballo, fino a prima della partenza per l’estero.
Zoya Semionovna Polyakova: Evgenij nacque il 27 Aprile 1943, in una famiglia di ingegneri. Io sono ingegnere tecnico dell’industria alimentare, anche mio marito Pavel Polyakov era un ingegnere; il padre morì ucciso durante la guerra, quando Genia aveva sei mesi. Durante la guerra, il padre di Genia venne a Mosca per una missione, perché frequentava la Scuola Militare, poté così vedere suo figlio che allora aveva quattro mesi. Ma in capo a due mesi, Pavel cadde sul fronte bielorusso e a me non è restato altro che andare sulla sua tomba. Fin da quando frequentava la scuola materna, Genia cercava sempre di partecipare alle recite per bambini, danzando sempre come solista. Ma fu dopo aver visto il balletto Lo Schiaccianoci che decise di danzare per sempre. Arrivato il momento in cui sarebbe dovuto andare alla scuola pubblica, dichiarò che non sarebbe andato a scuola, ma che voleva assolutamente entrare all’Istituto Coreografico. L’anno scolastico era già iniziato e mia madre, sua nonna, chiese all’allora direttrice della Scuola di Ballo del Teatro Bol’šoj (Ella Victorovna Bocharnikova, ndt) di verificare e valutare le doti del bambino. Genia passò attraverso varie sale per essere esaminato, vennero giudicate le sue doti musicali, attitudinali e le sue condizioni di salute, requisiti che ricevettero tutti un punteggio elevato. Dopo averlo esaminato, la direttrice della scuola disse che il ragazzo possedeva qualità superiori alla media e che sarebbe stato ammesso. All’Istituto Coreografico studiò per nove anni e per tutti gli anni ricevette, in danza classica, sempre il massimo dei voti, 5. A dodici anni, come allievo del terzo corso, Genia mosse i suoi primi passi sul palcoscenico del Teatro Bol’šoj, partecipando al balletto Il Lago dei cigni, in seguito anche al balletto La Bella addormentata, così come gli capitò di partecipare ad altre produzioni di balletto e di opera nelle scene d’insieme. Quando era alunno dell’Istituto Coreografico, quando tornava a casa, amava organizzare, insieme a una ragazza, nostra vicina di casa, Natasha, dei travestimenti, indossando abiti e scarpe femminili, mentre Natasha indossava quelli di Genia. Evgenij amava follemente la danza classica e nonostante le nostre possibilità fossero modeste, andava a Leningrado, per assistere agli spettacoli del Teatro Mariinskij, soprattutto quando danzava la sua ballerina preferita, Alla Shelest, o altre stelle del balletto. Una volta, in dicembre (1957, ndt), venne a danzare un Lago dei cigni Beryl Grey (prima ballerina del Royal Ballet e prima danzatrice inglese ad essere invitata al Bol’šoj, ndt), comprare un biglietto era impossibile e Genia riuscì a sfuggire ai controlli, intrufolandosi fino al quinto livello, dove rimase a guardare tre atti, poi venne scoperto e portato alla stazione di polizia, ma tutto finì comunque per il meglio. Nell’anno del Diploma, ottenne 5 all’esame finale di danza classica, il massimo dei voti. Nello spettacolo al Teatro Bol’šoj, in occasione del diploma, Evgenij danzò in coppia con Tamara Rusova (poi prima ballerina a Novosibirsk, ndt) nel balletto su musica di Hertel Inutile precauzione (conosciuto in occidente come La Fille mal gardée, ndt) ed ebbe un grande successo di pubblico. Alla fine della scuola, per il buon rendimento negli studi, fu anche premiato con un viaggio in Germania, dove andò accompagnato dal suo maestro di danza classica, Alexei Ermolaev. Evgenij fu scritturato dal Teatro Statale Accademico dell’Opera e del Balletto di Novosibirsk, dove lavorò per otto anni come Primo Ballerino e dove, nello stesso tempo, insegnava danza classica presso la Scuola di Ballo del Teatro. A Novosibirsk si sposò e divorziò. Nel 1970 tornò a Mosca per insegnare danza classica all’Istituto Coreografico, la Scuola del Bol’šoj, dove nel 1962 completò i suoi studi. Uno dei suoi allievi, Fedyanin (Vladimir, ndt), fu scelto per partecipare al Concorso di Varna, per giovani ballerini, aggiudicandosi la medaglia d’oro (nella categoria Senior, nell’edizione del 1972, ndt). Nel 1976 Evgenij Polyakov emigrò in Italia.

S.O.: Per quali motivi Evgenij è emigrato in Italia?
Z.S. Polyakova: Evgenij ufficialmente avrebbe dovuto emigrare in Israele. Ma per arrivare in Israele, si doveva passare tramite l’Italia. Arrivato in Italia, rimase però lì. Un famoso maestro (Žarko Prebil, ndt) gli disse: “Non andrai da nessuna parte, perché lavorerai in Italia”.

S.O.: Di quale città siete originari, di Mosca?
Z.S. Polyakova: No, io non sono originaria di Mosca, ma Evgenij è nato qui. Anche il padre di Genia non era di qui, ma visse per un lungo periodo a Mosca, io sono arrivata in seguito.

S.O.: Genia ebbe figli?
Z.S. Polyakova: No, non ebbe figli. È stato sposato una volta, con una ballerina del Teatro di Novosibirsk.

S.O.: Come nacque a Genia l’idea di dedicarsi alla danza? Nella vostra famiglia qualcuno aveva fatto danza?
Z.S. Polyakova: No. Nella nostra famiglia assolutamente nessuno aveva mai avuto a che fare con la danza. Come si dice: “è venuto da Dio”. Genia ballava sempre: a casa, alla scuola materna, ancor prima che vedesse Lo Schiaccianoci.

S.O.: Come è riuscito ad andare alla Scuola di Ballo?
Z.S. Polyakova: Lo portai io. Perché quando mi mise di fronte all’ultimatum che non sarebbe andato a scuola, con l’anno scolastico già iniziato, non mi rimase altro da fare, che prendere contatto con la direttrice della scuola e chiederle di sottoporlo a un’audizione. Dissi anche: “Guardatelo e scartatelo.” Non sono mai stata molto convinta di questa professione. Questo avvenne nel 1953, Genia aveva dieci anni, all’Istituto prendevano i ragazzi proprio dai dieci anni, dopo la terza classe. Il giorno dell’audizione arrivò – era una domenica. La direttrice della scuola, una signora molto cara, mi disse: “Prendete solo le scarpette, i pantaloncini e una canottiera”. E così arrivammo. Ella Victorovna ha incaricato una ballerina, il cui cognome era Cherkasskaya (Tatiana, ndt), di accompagnarlo nella sala, poi ci invitò nel suo ufficio e disse: “Le doti di Genia sono sopra alla media, può accomodarsi in classe”. Lui studiava con tanta volontà, molto bene. E quasi subito lo utilizzarono per le scene di gruppo negli spettacoli. Questo lo rendeva felice.

S.O.: E per lei?
Z.S. Polyakova: Beh, ho capito che non c’era altra via. Era inutile cercare di dissuaderlo o trasferirlo in un’altra scuola. Certo, poi mi sono rassegnata e per quanto potessi lo aiutavo. La scuola era lontana da casa. Genia, di certo, era follemente innamorato della danza. Fu per questo suo amore che incorse in quell’incidente, quando fu preso, portato via dal teatro e portato alla polizia. Quando accadde io ero via da casa, per un viaggio d’affari. Genia per qualche tempo visse da solo e una nostra vicina si adoperò per lui. Ma tutto finì bene.

S.O.: Dopo, quando andò all’estero, siete rimasti in contatto?
Z.S. Polyakova: Sì, certo, Genia telefonava e scriveva.

S.O.: Ma non poteva venire?
Z.S. Polyakova: Certo che no. Non si poteva neanche pensare che potesse tornare. Solo nel 1990, quando tutto è cambiato, sono riuscita ad andare io da lui a Parigi, dove in quel momento lavorava. Nel 1991, l’Opéra venne in tournée a Mosca, Genia sarebbe potuto venire insieme al teatro, ma lui non volle.

S.O.: Per quale motivo?
Z.S. Polyakova: La ragione è semplice, Genia partì da qui fra mille difficoltà. Per esempio, per poter partire era necessaria una certificazione che doveva essere rilasciata dall’ultimo luogo di lavoro, non gliela volevano dare, lo insultarono. Genia andò al comitato del partito per chiedere in qualche modo di fare pressione sulla direzione della Scuola di Ballo, dove lui insegnava danza classica… In generale, fu tutto molto complicato e tutto questo fu per lui molto pesante: sapeva che, se fosse venuto a Mosca, ci sarebbe stato inevitabilmente un incontro con le persone che lo avevano insultato e criticato. E Genia rinunciò al viaggio…

S.O.: Evgenij usava tenere un diario?
Z.S. Polyakova: No. Mai. Ma dall’Italia scriveva lettere, soprattutto nei primi tempi dopo la sua partenza. A Venezia, al Teatro La Fenice, non lavorò a lungo. Da lì scrisse lettere stupefacenti. Per la prima volta gli capitava di trovarsi in una città così. Scriveva lettere molto dettagliate, molto lunghe.

S.O.: Ha conservato queste lettere?
Z.S. Polyakova: Purtroppo no. Poi si trasferì a Firenze. Anche qui estasiato. E anche da lì scriveva. Ma, da Parigi, ha scritto molto poco, solo due o tre lettere. Telefonava.

S.O.: Perché da Parigi non scriveva? Non gli piaceva Parigi?
Z.S. Polyakova: No. Parigi gli piaceva molto, ma là lavorava tanto. Quando sono andata da lui nel 1990, sono stata un mese a Parigi ed ebbe libere soltanto due mezze giornate. Genia non ha avuto nemmeno il tempo di farmi vedere Parigi, fu un’altra persona a mostrarmi la città.

S.O.: Genia ha risentito del distacco dalla patria?
Z.S. Polyakova: Devo dire che nelle lettere non traspariva alcuna nostalgia. Sebbene una volta, quando ero a Parigi, Genia mi disse: “Sai, mamma, è molto pesante vivere”.

S.O.: Si riferiva al vivere all’estero o in generale?
Z.S. Polyakova: Era nostalgia, ma semplicemente non usò questa parola. Ma io certo mi rendevo conto che si trattava di nostalgia. Mi dispiacque molto che per lui a quel tempo fosse stato così difficile andar via e che a causa di quella partenza fosse stato così maltrattato all’Istituto, proprio dove lui stesso aveva studiato e lui stesso aveva lavorato dopo il suo arrivo da Novosibirsk, dove ancora lavoravano molti suoi insegnanti. E tutti lo avevano sempre trattato molto bene, fino ad allora. Ma quando si è sparsa la voce della partenza, cosa non è iniziato! Sì, penso che lui provasse nostalgia, ma ciò caratterizzò di più il secondo periodo della sua vita all’estero, quando lavorava a Parigi, sebbene non avesse lasciato la compagnia di Firenze, dove da Parigi andava ogni settimana. Ma non mi scrisse mai al riguardo, penso perché non volesse turbarmi: sì, lui capiva che anche per me era pesante.

S.O.: Oltre alla danza, che altri interessi aveva?
Z.S. Polyakova: Genia era molto appassionato di arte. Specialmente le arti figurative. Spesso frequentava le gallerie, le mostre; quando andava a Leningrado, non mancava di visitare l’Ermitage.

S.O.: E lui non dipingeva?
Z.S. Polyakova: Quadri no, ma da solo ha dipinto un armadio, vivevamo in un altro appartamento, dove c’era un grande armadio, che dipinse lui. Beh, qualche schizzo, ma in realtà non si dedicava alla pittura.

S.O.: E il rapporto con la letteratura?
Z.S. Polyakova: Genia amava la poesia. Avevamo un sacco di libri. Ma ho dato via molti di quei libri, perché non avrei nessuno a cui lasciarli. Amava anche la prosa e aveva i suoi artisti preferiti. Nel balletto adorava Maya Plisetskaya. È stata il suo idolo, lui l’amava molto e andava ai suoi spettacoli.

S.O.: Genia cosa amava di più nella letteratura?
Z.S. Polyakova: Genia amava la poesia. Amava molto Blok. Mi sembra che lo sapesse tutto a memoria. Amava Majakovskij. Pushkin. E conosceva a memoria molte opere di Lermontov.

S.O: E fra gli autori stranieri?
Z.S. Polyakova: Eravamo abbonati alla rivista “Letteratura Straniera”, conservai i numeri per molti anni. Genia leggeva questa rivista. In generale, gli piaceva la narrativa. Ha letto molto.

S.O.: Genia amava stare nella natura? Andare a pescare? Nei boschi?
Z.S. Polyakova: No. Questo a Genia non piaceva. Non si fondeva con la natura. Quando aveva l’occasione, andava alle pinacoteche, alle mostre, alla prosa.

S.O.: Qual era il carattere di Genia? Lieve, cupo, socievole…
Z.S. Polyakova: Genia era molto socievole. Ha sempre avuto molti amici. Amava la gente, gli piaceva stare in compagnia. Soprattutto quando studiava alla Scuola di Ballo andavano in gita insieme e inoltre a scuola legava di più con le ragazze. Venivano a trovarlo a casa e lui amava andare a casa loro, Genia era molto socievole e in generale aveva un carattere molto facile, calmo, equilibrato, accomodante. Quel che si dice buono di natura, rendiamogli l’ultimo omaggio…

Mosca, Primavera 2002

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Nota dell’autrice: Questa intervista non era destinata alla pubblicazione, ma avrebbe dovuto fornire ulteriori informazioni per un documentario sull’eccezionale coreografo degli anni ’70/‘90 del XX secolo: Evgenij Polyakov (Génia Polyakov, maître de ballet, chorégraphe – regia di Vladimir Kara – produzione di Yuri Evgrafov). Purtroppo, Zoya Semionovna durante l’intervista era molto tesa: ostinatamente, come un partigiano, non ha risposto a molte domande, tanto che non sono riuscita a dare, sulla base del suo racconto, un’immagine completa sotto l’aspetto umano di Evgenij Polyakov (compito che mi era stato assegnato dagli autori – visto che sua madre non poteva certo raccontare di lui come maestro e coreografo). Qui sono intervenuti due fattori di impedimento. Il primo, la paura radicata da tutta una vita. La partenza negli anni ’70 di Evgenij Polyakov all’estero fu così difficile, a quanto pare, da lasciare nell’animo di sua madre sedimenti indelebili di amarezza per le offese che il figlio dovette subire, risentimento verso quegli amici e colleghi che, a causa della sua partenza, si trasformarono in nemici. Il secondo, come tanti colleghi Evgenij Polyakov era omosessuale e, tra l’altro, contrasse la stessa malattia di cui morì il suo collega Nureyev. Per la madre, cresciuta nella migliore tradizione della morale sovietica, tutto venne vissuto come una vergogna e un disonore, l’orrore della nostra dannata epoca, in cui le persone hanno dimenticato la morale e Dio. Di conseguenza, durante l’intervista non mi ha abbandonato la sensazione che Zoya Semionovna stesse per tutto il tempo all’erta, con l’intento di non dire nulla di troppo, di non farsi sfuggire qualcosa… Da notare: Zoya Semionovna ha iniziato a parlare liberamente solo quando ho spento il registratore. Finalmente rilassata, ha iniziato a raccontare… Peccato non aver la vocazione da spia: avrei portato due registratori.